FLYING CARPET, 360 cm x 120 cm, filo e filo, 2020

“ Chi non vorrebbe un FLYING CARPET per volare leggero tra le nuvole, per muoversi liberi da ogni turbamento e restrizione, per fluttuare nel cielo, al di là di ogni confine fisico ed immaginario ? “

 

Bergamo, lunedì 02 Novembre, ed ecco che dopo una settimana alquanto incerta a causa dell’epidemia che stava riemergendo a gonfie vele, era finalmente arrivato il momento di partire, di scoprire una terra a me nuova, la Puglia, la terra del vento che soffia, degli ulivi centenari, del sole che scalda.

 

La curiosità e la felicità di conoscere nuove storie, d’intrecciare nuove relazioni, di tessere nuovi legami, erano nei miei occhi ben percepibili, scalpitavo dalla gioia e forse tutta questa euforia era data dall’idea che potesse essere l’ultima possibilità di viaggiare prima di un nuovo ipotetico Lockdown.

 

Il sole mostrava i suoi primi teneri raggi, filtrati da un sottile velo di nebbia che contraddistingue una tipica mattinata autunnale ed Il Boeing 737 di Ryanair con la sua imponente apertura alare era lì che mi aspettava, pronto a volare.

Presi il mio posto, come di routine quello al finestrino, incuriosito come un bambino dall’idea di guardare al di fuori, di osservare la mia città, le mie care mura venete da un altro punto di vista, di perdermi con lo sguardo tra le candide nuvole bianche, di guardare il mondo da un oblò e chissà, magari, vedere nel cielo un chissà quale oggetto magico.

 

Pronti, partenza, via, l’aereo iniziò così la sua cavalcata, il rombo dei motori era fastidioso, la forza di gravità mi schiacciò contro il sedile, ed ecco che con un leggero balzo l’aeromobile si levò da terra, con la punta rivolta verso il cielo, verso l’infinito ed oltre; i primi metri di volo furono faticosi, la pressione mi infastidì le orecchie, ma dopo aver attraversato il primo banco di nebbia, il paesaggio si fece incantevole. L’azzurro del cielo con le sue molteplici tonalità mi abbagliava, il sole si mostrava in tutta la sua forza, i suoi raggi irradiavano le nuvole, le illuminava di bianco al punto di farle diventare fastidiose al solo sguardo, creando così sulla mia retina una serie di pixel luminosi, ma i miei occhi incuranti di tutto ciò, oscillavano da un punto all’altro, curiosi di cogliere e scoprire elementi nuovi.

 

Erano passati ormai 30 minuti dal decollo quando le mie palpebre iniziarono a divenir pesanti, iniziai a socchiudere gli occhi, pronto ad addormentarmi in un dolce sonno, cullato, piacevolmente, dall’idea di risvegliarmi in terra Pugliese, quando, all’ultimo battito di ciglia, scorsi un puntino luminoso che si muoveva liberamente nel cielo, con movimenti fluidi e dolci, facendosi trasportare dal flusso del vento, si spostava tra le nuvole, danzava libero nel blu del cielo.

 

All’improvviso quel bagliore si fece sempre più vicino, si spostava a grande velocità verso di me e come d’incanto, si svelò ai miei occhi un tappeto volante, dai colori che caratterizzavano le terre a me sottostanti, i marroni dei campi, la terra argillosa, i verdi delle prime piantine di grano, il blu del cielo, un insieme di colori armoniosi, un immaginario e bizzarro mezzo di trasporto, simbolo delle fiabe, il sogno segreto di ogni bambino si era a me palesato.

Inaspettatamente, come colpito da un incantesimo, mi trovai sopra il tappeto, mi fece volare a cavallo tra la valle d’Itria e le murge, tra i trulli, nella zona dei querceti.

 

Con il vento in poppa navigammo nel cielo, liberi e leggeri senza preoccupazioni, tra le ampie distese d’ulivi, tra i ciliegeti, tra i vitigni autoctoni; il tappeto mi condusse in una dimensione fiabesca, tra i trulli, quelle piccole e bianche costruzioni dal tetto circolare realizzato con le chiancarelle, quelli che erano una volta le abitazioni dei contadini. 

Proprio lì tra i trulli il tappeto rallentò il suo volo libero, la sua danza si fece dolce e sinuosa, dandomi così la possibilità di analizzare il luogo che mi circondava e con una rapida, ma pulita virata mi precipitò all’inizio di un bianco viale alberato, dove, i muretti a secco tipici della ruralità della campagna Pugliese dividevano, con una sottile linea bianca, i campi agricoli dal viale alberato, quest’ultimo ricco di Lecci, Querce, Fragni, Cerri e Roverelli.

 

Iniziai così la mia transumanza, a bordo del tappeto, d’innanzi a me un cancello in pietra, che m’indicava l’accesso a Masseria Cultura, un puntino luminoso nella campagna Pugliese, un antico stabilimento vinicolo di fine ‘800, un ricordo in pietra di una civiltà scomparsa, di un mondo che non c’è più.

 

Volammo sopra la Masseria, in lungo ed in largo, in alto ed in basso, la potevo guardare da ogni punto di vista, il tappeto mi trasportava tra i viali che dividono i terreni dalla strada, volammo all’interno dei grandi ed ampi saloni, riuscivo a cogliere tutti gli stretti legami che si erano instaurati tra la collettività e la grande ospitalità che contraddistingue le persone permeava densa nell’aria.

Il tappeto si muoveva come una farfalla, il suo moto era uniforme, la sua trama ed il suo ordito mi inglobarono ed avvolsero nelle trame e relazioni che con il tempo si erano formati tra le persone, i legami di amicizia, le consapevolezze, le discordie e le gioie che avevano costruito e dato nuova vita alla Masseria. 

 

Volavo leggero, libero da ogni pensiero negativo, la serenità ed il voler conoscere il posto mi avevano fatto perdere la cognizione del tempo.

D’un tratto una piccola perturbazione ed un vuoto d’aria mi fecero sobbalzare, stavo sognando, il tappeto mi aveva lasciato e con un elegante movimento si era liberato nel cielo puntando verso l’orizzonte con chissà quale prossima destinazione. 

 

Erano passate circa tre settimane, quando capì che il tappeto intrecciato dalla collettività, mi aveva inserito nella sua trama, nella vita della comunità della Masseria Cultura.